Emozioni artigianali

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Donne isolane sedute su una piccola panca o su sedie basse, appoggiando sulle gambe un grembiule di stoffa pesante. A terra, da un lato, un groviglio di paglia sulla quale di tanto in tanto si gettava un po’ d’acqua per renderla più tenera. Dall’altro lato, in un secchio, una treccinella di vimini, formata da crolle legate circolarmente: inizia la magia dell’intreccio! È una antica tradizione ischitana quella di confezionare cestini di vimini intrecciati, rotondi, dai bordi più o meno alti, panierini circolari o ovali, con manico ad arco, fatti di salice e di canne, cestini "col pizzo". 

Una tradizione che ha radici nella colonizzazione greca, con marcate componenti arabe, che hanno segnato la storia della nostra isola. Basti pensare all’utilizzo del giunco importato dalla terra ferma, e la rafia (prodotto di origine vegetale che si ricava da una palma diffusa sulle coste del Madagascar) che arrivava dall'Africa, a cui si aggiunsero alcune piante autoctone coltivate nell’isola, precisamente nei comuni di Barano e Serrara Fontana, dove vi era un grano molto particolare, chiamato “carosella”, da cui si ricavava una paglia utile all’arte dell’intreccio.
Sembrerebbe quasi che questa antica usanza la si possa solo raccontare, anche perchè costruire un cestino non è semplice, molti ci provano ma ben pochi riescono a portare avanti questa tradizione; ma, fortunatamente, grazie alla passione di pochi, oggi la tecnica dell’intreccio è ancora viva. Gennaro Di Meglio è uno dei “passionari” che continua ancora la secolare attività dei suoi antenati, con sempre nuovi e bellissimi lavori, con quella tecnica particolare che ha lasciato un segno inconfondibile nell’artigianato locale. Mi racconta Gennaro di quando i fontanesi (abitanti della frazione di Fontana) attraversavano di notte i sentieri del monte Epomeo per arrivare di buon mattino nei diversi mercati dell’isola, e con voce sottile e cantilenante, cercavano di vendere la loro paglia “carosella”, che le mani delle donne sapevano tessere in tantissimi oggetti, come i 'cannistri', cioè contenitori per la raccolta della frutta, i 'panari' per l'esposizione al sole dei pomodori, dei fichi o delle melanzane.
Una vera tradizione rurale e artigianale a contatto con la natura fin dal primo processo della lavorazione, del tutto manuale, che anni addietro era affidata quasi esclusivamente alle donne. La tecnica fondamentale consisteva nel forare la paglia e far posto di volta in volta alla crolla nel susseguirsi di punti nei vari giri. Lo strumento di lavoro utilizzato per questa operazione è il punteruolo, un utensile simile ad un mini cacciavite con la punta affussolata.
L'arte del cesto di vimini o di canna, è maturata negli strati più disparati della popolazione isolana. Per diversi anni gli ischitani hanno lavorato i "cestini", esportandoli in Italia e all'estero. Un’arte portata avanti dall'abilità e dalla pazienza di poche donne anziane, le quali, con grande maestria, intrecciavano la rafia colorata per poi vendere questi “capolavori artigianali” ai turisti di passaggio.
Cestini, borse, pantofole, ma soprattutto i cappelli “alla cinese” che negli anni Cinquanta diventarono l’oggetto del desiderio di tante star dell’epoca, un cappello speciale ottenuto dalla lavorazione della paglia di frumento che veniva cucito e sovrapposto orlo per orlo, e con l’utilizzo di forme in legno, si otteneva la forma voluta. Un periodo dove i produttori di cappelli si sbizzarrivano nell’utilizzo di fantasie, colori e qualità semplicemente intrecciando steli di grano, e usando una curiosa metafora potremmo tranquillamente asserire: la natura che dava alla testa!
Spostandoci di pochi chilometri ecco un’altra testimonianza di “emozioni artigianali”, come quelle che fa rivivere Maria Scialò nel suo Emporio in piazza a Forio: la lavorazione delle “bambole di pezza”. L'arte che diventa scultura: anche qui una forma di artigianato con l’uso di “materiale povero”, un rapporto con la manualità e con l’ambiente immediato e genuino.
Fermarsi ad ammirarla con il suo ago che cuce, scuce e modella è una vera e propria emozione che vi consigliamo di provare. Autentici capolavori, ognuno con una sua anima. È innegabile che una bambola aiuta il bambino nello sviluppo armonioso della sua fantasia, un alter ego che incoraggia il primo dialogo e che da un semplice punto di vista pedagogico contribuisce alla crescita, ma qui andiamo oltre, qui la scena non ha nulla di commerciale, è la vita quotidiana di Maria che va in scena, e le comparse sono queste creazioni che la circondano, un angolo fiabesco in un ambiente fatto di colore&calore. Tutti che la salutano e lei sorride senza fermare quel gioco delle mani impegnato nella cucitura: l’ago non può fallire!  Gennaro e Maria sono due “ambasciatori” di tradizioni artigianali che vanno preservate per poter offrire all’ospite anche questo aspetto dell’isola che non viene sempre sottolineato a sufficienza. La parsimonia con cui il filo entra nella cruna di un ago, la maestria per scegliere la giusta paglia, sono momenti di vita ischitana che speriamo avrete modo di apprezzare durante la vostra visita nella nostra isola. Lascio l’emporio di Maria e una volta sul corso, ammirando la bellezza architettonica della Torre Quattrocchi, qualche metro più in là, appoggiato alla parete del suo negozio, intravedo Mariolino Capuano l’artista poeta che ama Pinocchio, ed immagino l’omino di legno di Collodi in una fantasmagorica scena dove è circondato dalle bambole di Maria, con in testa un “cappello alla cinese” di Gennaro…
Ma questa sarà la prossima storia, che insieme a quelle di Maria e Gennaro, ci ricordano che le tradizioni non possono essere dimenticate, ma bensì vanno “rivisitate” proponendo l’originalità di un luogo, facendo rivivere quel periodo storico nell’immaginario del turista, proiettandolo in un epoca emozionante anche indossando un semplice cappello, o una semplice borsa, accarezzando un groviglio di paglia, creando un’emozione da amare, un’“emozione artigianale”.

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