A levante di sole fiammante

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DI RAFFAELE MIRELLI
 
“Dunque ciascuno di noi è una frazione dell’essere umano completo originario.
Per ciascuna persona ne esiste dunque un’altra che le è complementare,
perché quell’unico essere è stato tagliato in due“
(Platone, Simposio)

Accade così che al Castello Aragonese, nel voler ricercare la verità che si nasconde all’occhio del visitatore, appaia, in una epifania di sentieri, la verità più temibile.

La parte che ci accingiamo a completare nel nostro percorso circolare (del tondo del Castello Aragonese), ci porta da ponente a levante, a un inedito inizio di ricongiunzione fatto di uve, santi, chiese e di canne ferule che, ad Aprile, fanno risuonare il borgo antico di Ischia, quello sul mare, circondato dal mare, di nuova devozione. È il giovanissimo e discreto Giovanni Mattera che ci riceve e traghetta verso il lato di levante, quello del sole, dei sentieri, degli orti disseminati nel borgo del Castello. Il sentiero è quello del sole, del Dio Apollo.
Apollo ricucì gli esseri umani dopo che erano stati divisi in due da Zeus Quello stesso sentiero, infatti, attraversa il borgo, costeggiando e osteggiando il mare, come una cicatrice che è segno di bellezza e perfezione perdute.
E tanti altri edifici della fortezza, vinta e ferita per la prima volta nella sua storia di tanti assedi e di altrettante vittoriose resistenze. Ci sono voluti più di due secoli. Fino all’autunno scorso, quando è cominciato il restauro per salvarli da un destino che pareva già segnato.procedono delicatamente a consolidare gli intonaci che si stavano polverizzando. Lo studio delle superfici ha rivelato nei putti una tecnica realizzativa di altissima qualità.
Gli angeli sono stati modellati nella muratura donando a ciascun volto, sotto i ricci ribelli, l’aspetto e l’espressione che lo rendono unico: imbronciato, sorpreso, sorridente, curioso, sognante… Così lavoravano gli Starace, è quella la loro “firma”. Evidente anche nei rami fioriti, tornati al loro splendore originario. Perciò non c’è stato bisogno di ricostruire o rimodellare con la polvere di marmo, che servirà solo a preservarli in futuro dagli agenti atmosferici. Le mani esperte della restauratrice procedono delicatamente a consolidare gli intonaci che si stavano polverizzando. Lo studio delle superfici ha rivelato nei putti una tecnica realizzativa di altissima qualità. Gli angeli sono stati modellati nella muratura donando a ciascun volto, sotto i ricci ribelli, l’aspetto e l’espressione che lo rendono unico: imbronciato, sorpreso, sorridente, curioso, sognante… Così lavoravano gli Starace, è quella la loro “firma”. Evidente anche nei rami fioriti, tornati al loro splendore originario. Perciò non c’è stato bisogno di ricostruire o rimodellare con la polvere di marmo, che servirà solo a preservarli in futuro dagli agenti atmosferici. Il lavoro in quel che resta dell’abside è solo il più recente dei numerosi interventi compiuti negli ultimi anni sul Castello, tra l’antica cattedrale coperta solo dal cielo e la cripta sottostante. Ormai un restauro continuo, frutto della partnership con l’Istituto Europeo del Restauro, che ha sede sulla rocca, con la supervisione della Soprintendenza e la collaborazione scientifica dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Grazie a queste sinergie, l’antico complesso sacro ha cominciato a raccontare una complessa e appassionante storia, per secoli caduta nell’oblio. Già il restauro della cappella a sinistra dell’abside aveva riportato alla luce stucchi di un barocco pesante, di gusto spagnolo. E indicato negli ultimi anni del ‘600 l’inizio della rivoluzione barocca della cattedrale. Ma il recupero di quanto rimasto della navata sinistra aveva evidenziato anche una delle arcate di piperno caratteristiche della chiesa cinquecentesca e ancora angeli, nelle tracce di un affresco di chiara matrice rinascimentale. Pochi elementi, sufficienti tuttavia a gettare un fascio di luce sul valore artistico-architettonico che la cattedrale dell’Assunta doveva avere nel momento di massimo fulgore della Città d’Ischia, fedelissima vedetta e custode del golfo e, dunque, delle sorti di Napoli e del regno aragonese. La rocca inespugnabile, dove la governatrice Costanza D’Avalos e la giovane poetessa Vittoria Colonna (Marino 1490-Roma 1547) trascorse oltre trent’anni della sua vita sul Castello, lo “scoglio” citato nelle sue “Rime” animavano uno dei cenacoli culturali più importanti dell’Umanesimo italiano. E sotto le volte affrescate della cattedrale si celebrarono, il 27 dicembre 1509, le nozze tra Vittoria e Ferrante D’Avalos, nipote di Costanza, tramandate dalle cronache per il fasto e le illustri presenze. Dietro l’arcata di piperno è emerso pochi anni fa un altro tassello sconosciuto della storia della cattedrale. Complice la mancanza di piante e disegni antichi. Nell’effettuare i saggi preliminari per consolidare la volta di una cappellina da sempre chiusa, si notarono dei riflessi colorati. Fu scoperta così, per caso, una volta sottostante completamente affrescata. Eliminato il grigio strato settecentesco, tornò alla luce parte della chiesa del ‘300, con i gigli di casa d’Angiò dorati in campo verde-turchese, contornati da decorazioni geometriche bianche e rosse. E al di sotto emersero delle cunette con affreschi di figure sacre, che dovevano essere presenti in tutto il resto della chiesa nella sua versione originaria di epoca angioina. La cattedrale del Castello già aperta al culto nel 1306, in stile gotico, era stata edificata solo da pochi anni quando re Roberto d’Angiò la visitò con la regina Sancha e un folto seguito, nella primavera del 1309. La prima fabbrica sacra realizzata dopo l’eruzione vulcanica del 1301, che aveva spopolato l’isola grande, davanti all’isolotto fortificato. Dove gli isolani, di ritorno dopo l’evento naturale, si erano stabiliti numerosi, spostandovi tutte le funzioni della Città d’Ischia. E anche la cattedrale, nella quale le famiglie nobili residenti sulla rocca chiamarono in seguito i migliori artisti attivi a Napoli, all’epoca della presenza di Giotto. (Giotto, chiamato a Napoli da Roberto d’Angiò nel 1328, fu primo pittore di corte e vi rimase fino al 1333 . Lavorò in Santa Chiara e a Castel Nuovo e formò numerosi artisti locali)  E’ la scuola giottesca il collegamento tra la chiesa superiore e l’edificio sottostante, identificato come cripta della cattedrale, ma in realtà una chiesa autonoma preesistente. E gli affreschi trecenteschi della cappella Bulgaro, oggi interamente restaurata, sono stati collegati agli artisti giotteschi della corte angioina. Come le pitture della cattedrale. Un altro dei segreti della cripta è stato già disvelato. Anni fa, durante la verifica di una parete malridotta, fu rinvenuto un sottostante deposito di terra e di ossa. Nel rimuoverne il contenuto, poi, comparvero sorprendentemente delle pareti dipinte: si trattava di una cappella nascosta. Il restauro ha recuperato opere dipinte da mani diverse in periodi differenti: i dipinti più antichi, di influenza bizantina, della fine del ‘200, dimostrano una preesistenza di quel luogo di culto alla stessa cripta. Mentre un “Cristo tra la Madonna e San Giovanni”, degli anni Quaranta del ‘300, per la responsabile storico-artistica del Castello Serena Pilato, potrebbe essere opera del Maestro di Giovanni Barrile. Napoletano, tra i più attivi allievi di Giotto con cui collaborò a Castel Nuovo e a Santa Chiara, il Maestro è identificato dal nome della cappella Barrile che dipinse in San Lorenzo Maggiore. Uno stemma duecentesco ha consentito di attribuire la proprietà dell’antica cappella alla famiglia Calosirto, che nel 1654 darà i natali al Santo ischitano, Giovan Giuseppe della Croce. Dietro la parete di pietra dell’abside barocca c’è un’intercapedine. Sono in progetto saggi per verificare cosa ci sia dietro. Le sorprese tra le rovine della cattedrale potrebbero non essere finite…

Quando dunque gli uomini primitivi furono così tagliati in due, ciascuna delle due parti desiderava ricongiungersi all’altra. Si abbracciavano, si stringevano l’un l’altra, desiderando null’altro che di formare un solo essere (Platone, Simposio)

 

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