Giacinto Lavitrano

Giacinto-Lavitrano--3Si direbbe il tocco finale di una sceneggiatura amara e dispettosa. Dedicare l’opera della maturità, “La Desolata”, alla terra d’origine. Che tanto amò e lo fece soffrire. “Gerusalemme ingrata, la colpa sua detesta, quando, dolente e mesta, ti vide ritornare”. L’indifferenza della città per il dolore di una Madre a cui hanno crocifisso il Figlio, è forse la proiezione di una distanza con cui il musicista foriano Giacinto Lavitrano dovette confrontarsi per tutta la vita. Gli resterà la musica come unico dialogo con l’anima.

La vera garanzia di un discorso che – malgrado i viaggi, la gloria e il declino finale - ruberà sempre, a qualsiasi eventualità drammatica, materia di spartito e di scena, di nostalgia e di rimpianto.

Giacinto Lavitrano nasce a Forio nel 1875. È figlio di Francesco, zio del cardinale Luigi Lavitrano. Una vita agiata, nei limiti in cui possono essere agiate le esistenze spese su una piccola isola del Sud nella seconda metà dell’Ottocento. Il terremoto del 1883 è un giro di vite per i Lavitrano, oltre che una ferita mortale per la comunità e l’economia ischitane. Gli zii perdono la vita; il padre, che è orafo, costretto a chiudere bottega e a valutare seriamente il triste destino che accomuna milioni di italiani dell’epoca: emigrare. Parte della famiglia si trasferisce in Algeria, in cittadine costiere che intrattenevano da tempo rapporti commerciali col Meridione d’Italia. A metà Ottocento, una linea di navi parte da Sant’Angelo d’Ischia e raggiunge le coste del paese nordafricano. Sono velieri in legno come il «Crocifisso», della famiglia Colella di Forio, o la «Luisella» e la «Nunziata». L’esodo è continuo. Stora, Bona, Algeri, Philippeville: porti algerini che accolgono i migranti del Mediterraneo.

Giacinto Lavitrano resta a Forio con uno dei fratelli, nella casa natale in pieno centro (oggi l’Istituto superiore per il turismo “Cristofaro Mennella”). Deve completare gli studi di composizione e armonia al conservatorio San Pietro a Maiella di Napoli per dedicarsi alla musica, passione divorante a cui è arduo resistere. Si specializza in mandolino e altri strumenti a plettro, scrive le prime composizioni e diventa direttore di una banda musicale nel suo paese. La coesistenza con altre formazioni musicali si trasforma presto in mosaico insidioso, assai difficile da gestire. La vivacità si traduce in litigio, le antiche resistenze in dissidi insanabili. Lavitrano entra in rotta di collisione con l’altro direttore del luogo: Il Forte. Sono vicini di casa, impossibile trovare una forma di civile armistizio. Il conflitto, forse, è più profondo. Riguarda la sua terra, le sue radici, un mondo che gli va stretto e non gli permette di esprimersi come vorrebbe. Il pensiero va perciò all’Algeria, alla famiglia ormai lontana, quasi un ponte di luce sul suo confuso stato d’animo. La tradizione orale, amante di certa teatralità, vuole che un giorno, sul piazzale del Soccorso, divorato dalla rabbia e dall’amarezza, abbia preso la decisione di partire gettando una grossa pietra a mare e giurando di non tornare più. Il dado è tratto.

Raggiunge i familiari a Bona (oggi Annaba), in Algeria, dove il fratello, nel frattempo, ha aperto una sartoria. I Lavitrano sono un punto di riferimento della comunità Quando nel 1900 sale al trono d’Italia Vittorio Emanuele III, è proprio Giacinto a mandare ai Savoia un telegramma di devozione a nome degli italiani in città. Le doti di musicista vengono immediatamente riconosciute e apprezzate. Diventa organista della cattedrale di Sant’Agostino, ha una banda musicale tutta sua, si dedica a composizioni per plettro, non tralasciando quelle per organo e pianoforte. Numerose le sue pubblicazioni, su riviste musicali italiane (“L’Estudiantina”, “Il Concerto”) e straniere. Lavitrano, il cui nome viene naturalizzato nel francese Hyacinthe, è nella parte più feconda della sua vita e della sua carriera. Frequenti viaggi in Europa - si trovano tracce evidenti del suo passaggio in Spagna e nell’Italia settentrionale - amicizie profonde con compositori del suo tempo, tra i quali Camille Saint-Saëns, che va spesso a trovarlo in Algeria, interventi nel fervente dibattito intellettuale sul ruolo della musica e sulle innovazioni compositive. L’impressionismo musicale francese detta legge. E’ il tempo dei Debussy, Satie, Ravel, Delius. La forma diventa libera, le sensazioni del musicista fuggitive, oniriche, evanescenti. Con qualche tocco d’inevitabile esotismo. Tanti i riconoscimenti alla sua arte, non ultimo quello dell’Institut de l’Acadèmie Populaire di Francia.

La parte finale della vita di Giacinto Lavitrano, come spesso accade agli artisti, è segnata dalle difficoltà economiche e dalla malinconia. Non si era mai sposato, e i familiari erano tutti emigrati in Francia. Daniel Matrone, uno dei suoi discendenti, è oggi concertista di fama internazionale. Non sappiamo se sia mai tornato a Forio, anche solo per qualche giorno, rompendo il giuramento fatto molti anni prima. Quello che sappiamo è che per molti anni invia alla parrocchia di San Sebastiano a Forio un brano musicale per organo, solisti e coro. Sette composizioni che avrebbero fatto parte di un’opera più ampia, la “Desolata”, ispirata all’immagine della Madonna Addolorata a cui il musicista era rimasto devoto. Copie di quegli spartiti furono trascritte dal Maestro Cav. Giuseppe Colella e oggi suonate dal Maestro Giuseppe Iacono in tutto il mondo: da Los Angeles a Buenos Aires. A conferma di una fama internazionale che in Giappone trova il consenso più entusiasta. “La Desolata” viene oggi eseguita nelle chiese di Forio durante la Settimana di Passione. Riproporne le creazioni è l’omaggio più giusto alla sua memoria e alla sua musica. Senza darne per scontata la grandezza, o al contrario, guardarla con sufficienza, ma trovando buone ragioni per riscoprire la voce originale di un narratore del suo tempo. Al di là delle commemorazioni di rito, o della riconoscenza più o meno autentica, verso un figlio della propria terra.

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