Acquedotto dei Pilastri

Borghi e Castelli
Città d'Ischia
Città d'Ischia - 80077
Via Michele Mazzella

Acquedotto dei Pilastri
L'acquedotto dei Pilastri fu realizzato nel XVI secolo, per ovviare alla penuria di acqua dell'allora Borgo di Celsa, oggi Ischia ponte. Lungo circa 550 metri, collega lo Spalatriello, lungo la piana del Rio Corbore, all’erta salita che conduce a Sant’Antuono. Nell’anno domini 1580 gli Ischitani del Borgo di Celsa vivono il dramma quotidiano di una fiera penuria di acqua. Causa principale della generale arsura la scomparsa definitiva, dopo decenni di bradisismi, della sorgente di acqua dolce del Ninfario che affiorava presso la Torre dei Guevara (o di Michelangelo). I lamenti degli abitanti del Borgo di Celsa non tardarono a raggiungere il palazzo del vicerè, Cardinale di Granvela Antonio Perrenot, che non restò indifferente alle suppliche degli Ischitani, decidendo con sollecitudine di inviare sull’isola il cavaliere Orazio Tuttavilla, uno spagnolo esperto in acquedotti, con poteri di “governatore”. Orazio Tuttavilla sbarcò a Ischia nel 1580 e si portò sulla collina di Buceto, accompagnato dal medico calabrese Giulio Jasolino. A quota 400 mt. fu rinvenuta una sorgiva di acqua dolce, purissima, che scorreva all’aperto perdendosi nelle vallette di Fiaiano lungo un percorso molto acclive e dunque favorevolissimo per realizzare un impianto a caduta libera, il solo che si conoscesse in quell’epoca.
I lavori ebbero inizio verso il 1581 con lo scavo di una trincea di quattro chilometri, tutta in discesa, dove vennero posizionati tubi in ghisa sigillati a piombo. Le maestranze, impegnate nella grandiosa opera, alzarono le braccia in segno di resa quando, giù allo Spalatriello, si trovarono di fronte la piana del Rio Corbore e l’erta salita che mena a Sant’Antuono. Dai calcoli venne fuori che il rivolo d’acqua, abbastanza consistente nel periodo invernale, ma del “tutto meschino” in estate, non avrebbe mai potuto superare con la sua misera pressione il notevole dislivello del terreno da attraversare. Inoltre le ingenti spese già fatte e quelle da affrontare si presentavano ben oltre la soglia dello stanziamento previsto. Queste amare considerazioni assestarono un duro colpo al progetto di Don Orazio, tanto da indurlo a gettare la spugna e tornarsene alle sue incombenze metropolitane.
L’anno fatidico sarà quello del 1673, data dell’ingresso in diocesi del vescovo mons. Girolamo Rocca. "Scienziato” idraulico sposò un progetto onerosissimo, difficoltoso e di lunga attuazione “copiando” la costruzione degli acquedotti romani realizzati su ponti e arcate in pendenza, con esclusione dei muri pieni, perché troppo dispendiosi. Il vescovo Rocca ”benedì” il progetto per nulla spaventato dalle decine di migliaia di ducati occorrenti per la ciclopica costruzione e chiamò subito a raccolta le autorità.
Fra lavori e interruzioni passarono tre anni; finalmente nel 1678 furono sistemati i tubi di cotto sulla sommità delle arcate. La successiva “prova idraulica” si rivelò un completo fallimento: l’eccessiva pressione esercitata dalle acque precipitate a valle in forte pendenza mandarono in frantumi le condotte. Punto e a capo. C’era di che disperarsi, eppure lo “scienziato”, direttore dei lavori, rifece i calcoli e convenne che per attutire la pressione occorreva ridurre la pendenza esercitata dagli archi troppo bassi. Di nuovo le maestranze al lavoro e, naturalmente, il povero vescovo a ramazzar ducati per quell’impegno mostruoso che stava dissanguando l’intera popolazione. Si mise mano alla costruzione di un secondo ordine di archi; opera titanica condotta a forza di braccia, carrucole, argani e funi, con il pericolo di veder precipitare gli operai da un’altezza di oltre dodici metri. Occorsero altri sei anni di lavoro e l’astronomica somma di 65.000 ducati per vedere completata l’opera.
Un mattino di primavera del 1685 il valoroso vescovo Girolamo Rocca, benedisse lo zampillo meraviglioso dell’acqua di Buceto che cominciò a inondare la fontana di marmo adorna di quattro delfini scolpiti, attigua alla chiesa della Collegiata.
Inciso su di una lastra marmorea della fontana: Queste acque si sono ottenute col sacrificio sul cibo, la sete, da buona maestra, ha insegnato a sopportare la fame.

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