Il Mulatto

Aderente all’istanza neorealistica è il film “Il Mulatto”, del 1950, con la regia di Francesco De Robertis, che ispirandosi a fatti reali, vuol essere un appello alla giustizia per la risoluzione di uno fra i più delicati problemi che la guerra ha comportato. In questione è il tema della differenza razziale, che aveva già trovato spazio, e negli stessi termini, nella canzone ”tammurriata nera”, di sicuro effetto sulla sensibilità popolare. Ischia con le sue location naturali e con l’ausilio della “farmacia Mirabella” e il “Caffè” delle Signorine ”Fiurinte”, offre l’ambientazione adatta per le vicende narrate nel film, essendo anch’essa, vittima di sconvolgimenti sociali, legati alle scorrerie barbare avvenute nel passato. Il film è tendenzialmente positivo, ma l’argomento scabroso ne fa uno spettacolo non adatto ai giovani; (Bianchi, 1950) può essere considerato un melodramma all’apparenza convenzionale, ma che sa affrontare il tema del razzismo con un’intensità ed un’originalità capaci di evitare qualsiasi scappatoia per far emergere il problema nella sua interezza. La doppia colonna sonora, fatta di musica napoletana e di musica americana bluse e jazz, sottolinea l’inconciliabilità di due universi opposti, anche se segnati entrambi dall’emarginazione. ( Mereghetti, 2002).

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  •  Titolo Film IL MULATTO
  •  Anno 1949
  •  Genere GUERRA
  •  Durata 85 Min
  •  Produzione SCALERA FILM
  •  Regia FRANCESCO DE ROBERTIS

 

  •  Fotografia: Carlo Bellero
  •  Musiche: Annibale Bizzelli

 

Trama del Film

Durante la guerra, un suonatore ambulante, Matteo, commette un furto e viene condannato a cinque anni. Mentre è in carcere, gli muore di parto la moglie. Uscito di prigione, va in cerca del bambino, affidato alle suore; ma il bambino è un piccolo negro coi ricci biondi, frutto della violenza subita, suo malgrado, dalla moglie, durante l’occupazione alleata. Molto scosso, ferito nei sentimenti più intimi, Matteo vorrebbe ripudiare il bimbo; ma non c’è niente da fare: il piccolo mulatto è per legge suo figlio. E a poco a poco, quasi senz’accorgersene, l’uomo s’accosta al bimbo, ch’è così carino, così affettuoso. Quando il bimbo s’ammala, Matteo, trepidante, si sorprende a pregare per la sua salvezza. Ormai l’ama tanto che rinuncia alla fanciulla amata pur di non separarsi da Angelo. Ma un giorno si presenta un negro, fratello del vero padre di Angelo, che è morto in guerra. Vorrebbe prender con sé il bimbo; è disposto però a lasciarlo a Matteo, se la felicità del nipotino l’esige. Ma Angelo, impressionato dal modo di fare dello zio, dalle melanconiche canzoni negre, sente il richiamo della razza e si stringe a lui. Con le lacrime agli occhi, Matteo lo lascia partire.

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