Nei vicoletti del mio paese

vicoli forio

Sono tornata dopo tanti anni nei vicoletti del mio paese, lì dove ho trascorso l'infanzia e la mia giovinezza che, nell'età dell'incoscienza, appare eterna. Ma se da adulti, in modo crudo, ci rendiamo conto che la vita passa in fretta, ci consola il pensiero che l'eterno rimane non nella materia, ma nelle vibrazioni, nelle sensazioni che aleggiano intorno a noi e che percepiamo secondo la nostra sensibilità e i nostri stati d'animo.

Vale la pena raccontare per ricordare affinché, attraverso le sensazioni che si prova vivendo degli spazi a noi cari, ci si possa fermare a riflettere, o magari ispirarsi per nuove e diverse emozioni. Quante cose sono cambiate in quei vicoli, tante persone della mia fanciullezza non esistono più, alcune sono invecchiate e trasformate, altre hanno cercato fortuna altrove. Che strano ricordare nel tempo dei dettagli e delle atmosfere che allora vedevamo con occhi e sentimenti diversi dovuti all'innocenza d'animo e alla spensieratezza.

Dove la strada diventava più ripida, nell'angolo a destra, c'era un agglomerato di case antiche con ampi cortili, cisterne, giardini, terrazzi. Erano abitazioni arroccate l'una sull'altra ed i tetti erano ricchi di comignoli. Sembrava di essere in uno di quei luoghi dove vivono le streghe, soprattutto d'inverno, quando la nebbia rende i contorni meno nitidi.

In una di quelle case, una volta, abitava una vedova di nome Donna Rosa. Era molto brava a cucire e insegnava il mestiere di sarta, con la collaborazione delle due sorelle nubili, a tante giovani ragazze. Le chiamavano "mani di fata' perché riuscivano a ricamare, rattoppare, cucire a macchina, lavorare ad uncinetto e fabbricavano perfino bambolotti e bambole di pezza. Ma "fate" lo erano davvero, perché durante l'intero anno lavoravano centrini, presine, sciarpe, guanti e cappelli di lana, copertine, scialli, grembiuli, calzini per regalarli. Donna Rosa, infatti, la più espansiva, da anni e per tradizione si travestiva da befana e, alla vigilia dell'Epifania, con un sacco di juta e una lanterna in mano, lasciava dei piccoli regali dietro ai portoni, che per l'occasione rimanevano socchiusi. Altri due ruderi abbandonati erano dietro la curva, la dove finiva il pendio e cominciavano i gradoni. I tetti erano stati squarciati dalle bombe durante l'ultima guerra. Qualche pezzetto di soffitto era ancora attaccato alle pareti rimaste intatte. Attraverso il tetto sfondato si poteva ammirare quella parte di cielo che sembrava ancora più profondo, ma anche più vicino, perché pareva comunicare direttamente con chi prima vi aveva vissuto e poi era morto all'improvviso. Era ormai diventato il regno dei gatti randagi e, seppure con un certo tremore, mi fermavo spesso a curiosare l'interno, anche quando si faceva sera.

Come se il tempo si fosse fermato all'istante, mi parve di rivedere all'improvviso le due anziane signorine "Pettillo" che trascorrevano gran parte della giornata sull'ampio terrazzo di una casa signorile. Quello spazio era tutto il loro mondo perché non uscivano mai e comunicavano, con il mondo esterno, grazie all'aiuto di una signora che portava loro la spesa, le medicine e, all'occorrenza, aveva anche abilità d'infermiera. Una delle sorelle portava i lunghi capelli bianchi e radi, sciolti sulle spalle che usava pettinare ed accarezzare con un pettine ormai consumato. L’altra sorella era schizofrenica e, nei momenti di crisi, rompeva o lanciava nel cortile sottostante tutto ciò che aveva a portata di mano.

Nello slargo dove c'era la chiesetta diroccata, gli adolescenti, con la collaborazione di alcuni adulti, organizzavano una specie di teatro per bambini. La scenografia era naturale ed il luogo era molto suggestivo per la presenza di quelle rovine. Ma molto spesso "lo spettacolo" veniva interrotto dalla signora "Boccolina la bombola'' che, con la sua corte di gatti e cani randagi, si muoveva in lungo ed in largo a qualsiasi ora del giorno e della notte, con quelle mani sempre piene di teste di alici e di sarde, che servivano a sfamare quelle tante bestiole.

In fondo al vicolo del pozzo l'emozione raggiunse il culmine quando mi apparve alla mente la figura di "Mastru Gaetano, bambiniello e zucchero", un uomo sfortunato che visse con dolore e rabbia repressa. Da giovane aveva lasciato la moglie con i due figlioletti per andare a guadagnarsi di che vivere in America. Il suo scopo era di lavorare per qualche anno per poi ritornare e comprare una casetta con un po' di terra da coltivare. Ma le cose non andarono così. In America lavorava moltissimo facendo continuamente degli straordinari per mandare i soldi alla moglie, affinché pensasse a sfamare i figli e a conservare quel poco che restava. Mastro Gaetano soffriva molto la lontananza dalla sua famiglia e dalla sua terra e, la sua unica gioia era di poter un giorno tornare per esaudire il sogno della sua vita e avere una casa tutta sua. Dopo alcuni anni di duri sacrifici, si interruppe di colpo la corrispondenza con la moglie. Questa, dopo aver messo da parte un bel gruzzoletto con i soldi del marito, abbandonò per sempre l'isola insieme ai due figli. Mastro Gaetano trascorse dei mesi di angoscia e disperazione. Cos'era potuto accadere alla sua famiglia?

Tornò a Forio una fredda sera di novembre con una valigia di cartone avvolta dallo spago, scarno in volto e gli occhi come persi nel vuoto. Apprese dai parenti che la moglie aveva lasciato l'isola insieme ai figli e non aveva più dato notizie. Distrutto dal dolore, mortificato fin nel profondo della sua anima, "bambiniello e zucchero", dopo alcune settimane, s'impiccò alla trave di un deposito di legname nel quale era stato ospitato da un cugino. La sua valigia di cartone e spago conteneva solo le cose più preziose e che aveva serbato con tanto amore: le poche lettere della moglie scritte con affetto, alcune fotografie sbiadite che lo ritraevano sereno con i figli prima che partisse per quel lontano continente, tre o quattro bambinelli di legno di varie dimensioni. D'altronde fin da piccolo, aveva appreso da sua nonna l'arte dei dolciumi, ed era sempre stato bravo a modellare bambinelli di zucchero. Per l'approssimarsi del Natale ne aveva lavorati diversi per far felici i bambini della contrada e li aveva lasciati lì, tutti poggiati su di una mensola del suo cucinino, arrangiato in un angolo del magazzino-deposito. Aveva pianto molto Mastro Gaetano, prima di dire addio alla vita. Forse erano state le sue prime ed ultime lacrime. Fu seppellito come si usava allora, nella terra sconsacrata e fu dimenticato per sempre. Lo scampanellio di una campana mi riportò alla realtà, rimuovendo come uno scossone quel turbinio di pensieri ed emozioni che mi avevano avvolta, come in un vortice.

Nei vicoletti del mio paese sono cambiate tante cose. Le persone, le case, le storie, non sono più le stesse. Ma rimangono, in quei luoghi, gli eterni messaggi che noi captiamo attraverso le vibrazioni della nostra anima.

di Clementina Petroni

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