Giochi tradizionali

I giochi popolari dei bambini e dei ragazzi foriani, come di quelli dell’intera isola, erano fatti con materiali poveri facili da procurasi, spesso legati alla stagione o improvvisati. Solo i più grandi potevano permettersi di giocare con i soldi. I luoghi di ritrovo preferiti erano spazi aperti, come le piazze di quartiere e i campi.


Alcuni giochi non sono tipici dell’isola, se non nella denominazione vernacolare: il girotondo; lo strummolo (la trottola); ‘u tirapreta (la fionda) costruita con un ramo di quercia e materiali riciclati (la camera d’aria di bicicletta per le molle e la tomaia di una vecchia scarpa per la guaina di cuoio); ‘u chirchio pè vucià (il cerchio per girare), per lo più di legno riciclato dai tini usati per la raccolta dell’uva, solo in rari casi di ferro; il gioco della campana, praticato prevalentemente dalle ragazze; mazza e pinzo, una sorta di baseball giocato con una mazza ricavata da un ramo di quercia o di sorbo e con il pinzo, un pezzo di legno più corto, levigato e appuntito che, poggiato a terra e colpito sulla punta, si sollevava e veniva percosso con la mazza in modo da essere lanciato il più lontano possibile; ‘a rucilià (rotolarsi), una gara di velocità nel rotolarsi dall’alto di un mucchietto di terreno; ‘a carruzzella, una sorta di carretto di legno con ruote.
In altri giochi rientravano oggetti di uso quotidiano, reperiti facilmente in casa, all’aperto o messi a disposizione dalla natura a seconda della stagione. Con i noccioli delle nespole, ad esempio, i ragazzi costruivano dei castelli, uno accanto all’altro; con un nocciolo si gareggiava a colpire e distruggere il maggior numero di castelli. Le ragazze invece giocavano alla fontanella, ossia lanciavano gli ossi di nespola cercando di farli cadere nella fontanella.
Tra i giochi praticati in interni figurano quelli fatti con le nocciole, dette nocelle, legati al periodo natalizio: alla fine del pranzo di Natale le nocciole venivano date ai bambini che le raccoglievano in sacchetti di stoffa. I ragazzi giocavano al gioco dei castelli, le ragazze al gioco della fontanella o al dito per dentro. In quest’ultimo gioco le nocciole venivano lanciate su un tavolo o sul pavimento, ogni partecipante a turno doveva far passare un dito nello spazio vuoto tra due nocciole cercando di non toccarle e poi dava un colpetto alla nocciola in modo da toccare l’altra; se riusciva a toccare solo quella nocciola, ne vinceva una. Sempre le nocciole erano materia prima di un altro gioco, consistente nel lanciarne una per abbattere le altre allineate. Nel mese di maggio le nocciole erano sostituite dalle cartucce vuote raccolte nei boschi: i bossoli venivano allineati e si tentava di abbatterli con il lancio di due cartucce inserite l’una nell’altra.
Nella piazza di Panza un passatempo diffuso tra i giovani era il gioco dei cavalieri, in cui i ruoli erano due, quello del cavallo e quello del cavaliere: i ragazzi sorteggiati come cavalli si ponevano con la faccia contro il muro, un cavaliere gli cingeva la vita con le mani e gli altri montavano sul cavallo prendendo la rincorsa, ammucchiandosi fino a sei insieme. Sempre nella piazza di Panza, lastricata con basalti di trachite del Vesuvio, si giocava alla marma: si gettava una moneta in aria, vinceva il giocatore che faceva cadere la moneta più vicino al centro della lastra (la marma). Se mancavano le monete si usavano i bottoni.
Le monete rientravano in altri due giochi, riservati ai ragazzi più grandi: il lancio della palla di ferro e l’azzeccamuro. Nel lancio della palla di ferro ogni giocatore conficcava un soldo per metà nel terreno e a turno lanciava una palla di ferro tentando di sterrare quanti più soldi possibile. L’azzeccamuro si svolgeva in luoghi soleggiati e riparati dal vento: ogni partecipante lanciava una moneta in modo da farla avvicinare il più possibile al muro. Il vincitore raccoglieva tutte le monete lanciate. Il muro poteva essere sostituito da una linea segnata sul terreno: quando un giocatore riusciva a far cadere la moneta al centro della linea si diceva che aveva “spaccato il segno”, se invece il soldo usciva dalla linea il giocatore era uscito fuori allo “schero”.
Una variante dell’azzeccamuro era ‘a barracca. Sulla base delle monete cadute più vicino al muro o non al di là della linea si stabiliva una graduatoria: il primo prendeva in mano tutte le monete e, dopo averle manipolate, le lanciava in aria. Vinceva le monete che cadevano con la testa sul lato esposto, mentre le altre erano rilanciate dal giocatore successivo in graduatoria fino al loro esaurimento. Il nome del gioco deriva dalla parola “’a barracca” che poteva essere pronunciata da un partecipante per invalidare il gioco in caso di sospetto imbroglio prima che le monete lanciate cadessero a terra.
Durante l’inverno nelle piazze, per sentire meno il freddo, si giocava allo schiaffo: uno dei partecipanti doveva parare gli schiaffi ricevuti dagli altri sul palmo della mano aperta sotto l’ascella, cercando di mantenere l’equilibrio.
Un gioco ancora più dinamico era l’azzancaferro o azzangafierro: si sorteggiava un partecipante con il compito di riprendere gli altri che si disperdevano e cercavano di sfuggire alla presa non facendosi toccare, toccando un cancello o un oggetto in ferro (in dialetto “azzancando il ferro”); se l’oggetto era di legno il gioco prendeva il nome di azzangalegname.
Un divertimento “alimentare” consisteva nel racioppare, ossia nel girare per i vigneti dalla fine di ottobre a Natale alla ricerca di grappoli lasciati sulle viti sfuggiti alla vendemmia o di uva cosiddetta “tempestina”, maturata in ritardo.

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