PrimaVera

primaveraAltra giornata cupa, fredda e non per la temperatura: Febbraio! Alla metà del mese corto la mente di Eduardo giocava con i ricordi. Saranno state le lunghe battute cromatiche, irregolari dettate dal ticchettio della piog-gia che cadeva: Tic, tac, tuc, tic, fruscia foglia, vento taglia, terra accoglie. Acqua! Era solo acqua. Fonte di vita e bene prezioso. Sep-pure quasi finito, questo inverno lo rendeva stanco e non a caso pensieroso. 

Eduardo si affacciava sui lunghi strapiombi isolani ormai annoiato dalla bellezza sfrontata del mare e della terra. Quanti linguaggi erano contenuti tra quegli echi rumorosi di silenzio, scogli e gabbiani scostumati. Camminava di mattina, presto, quando l’isola era deserta o di sera, quando l’isola era ancora deserta. Il suo passo era fatto d’acqua: tic, tac, tuc tic, suona pietra, calpesta terra. Che stanchezza! Quanti passi! Quanta isola. Sola di notte, solo di giorno.  Eppure il passo di Eduardo mostrava curiosità irrefrenabile, lo dicevano tutti: «Quanto cammina questo, sempre a piedi! Sarrà pazz!». Era consuetudine credere ad Ischia che chi cammina a piedi fosse pazzo. Il 29 Febbraio – unico giorno all’anno che gode di due anni di ferie istituzionali pagate – Eduardo camminava. Era ad Ischia Ponte, sospeso con lo sguardo tra il Castello Aragonese e il mare: era fissato per il castello, quasi lo odiava. Anche lui capiva perfettamente che il suo passo cercava quel segno, quell’onda in terra che lo risvegliasse e così fu. Incastrate tra una panchina fissa, fissata per Cocò (il bar), dove le trippe, insomma i ventri dei vecchietti più famosi dell’isola, oziavano nella calura estiva, e le pietre salate bagnate dalle inondazioni invernali del piazzale aragonese, scorse una Fresia. Non la vide effettivamente, l’annusò ma non volontariamente. Era stata lei a cercarlo ad incontrare quel suo naso dritto, scuro e severo, incastonato tra zigomi incavi, rugosi d’espressività partenopea. Si fermò e si lascio penetrare da quel profumo inebriante che – lui lo sapeva – desiderava ogni anno.Quel profumo risvegliava. Era vero perché si poteva toccare, facendo vacillare, vibrare l’archivio personale dei suoi ricordi. Una lunga biblioteca di ricordi scaffalati e apparentemente sistemati. Questo pensava Eduardo ogni anno al cambiar di stagione: «Quando cambia la stagione mi sento disorientato e non capisco perché sono proprio gli odori a mettermi in bilico tra la vita ed il ricordo degli anni addietro. È come se non fossi presente. Quei profumi mi rapiscono dal presente e la mia mente chiede avida la presenza delle cose e delle vicende  molto ben stirati e definiti; un cappotto tagliente nelle forme ed un Borsalino che faceva ombra sul suo viso, sfruttando quella luce arancione tipica del piazzale. Eduardo non lo conosceva, ma lo riconosceva nella familiarità della posa. «Buona sera!» – disse il signore. Eduardo voleva quasi evitarlo sebbene curioso di sapere chi fosse. Salutò con gentilezza e qualunquismo dell’uomo fatto, anziano, esperto, sazio d’esperienza. «Vedo ed osservo il suo passo da tempo -disse il signore – eppure non capisco -  ancora con quale andatura lei affronta il pensiero della vita. Sa, sono molto curioso anche se anziano e mi piacerebbe sapere perché si ricorda sempre di quella volta in cui comprò quel disco di Ennio Morricone quando viveva sulla terra ferma». Eduardo rispose subito: «Scusi ma lei chi è? Ci conosciamo?». Il signore riprese subito a parlare, come conoscesse a perfezione il ritmo delle discussioni tra estranei che non vogliono dirsi troppo, ma salutandosi portarsi via un po’ di vita altrui, come dei collezionisti: «Quel disco le piaceva perché conteneva quel pezzo intitolato Il mio nome è nessuno. Le faceva ricordare l’isola che aveva lasciato, quella dei film hollywoodiani, della Dolce Vita, quando la natura era padrona, quando Ischia era ignara della propria bellezza». Eduardo rimase scosso e quasi attonito da quella osservazione. Non ascoltava più quello che gli veniva detto da tempo (e nemmeno quel disco), intento a scavare, ora e sempre, nell’archivio dei ricordi per capire chi fosse quello sconosciuto. «Inutile rovistare tra le pagine dei ricordi! -riprese lo sconosciuto – Quelle non hanno senso, se restano sensazioni! Se lei è afflitto dal presente è solo perché ricerca troppo nel passato. Così facendo non ha prospettive di futuro e queste non sono proiezioni fittizie, ma corpi fatti di carne e di ossa che aspettano un suo cenno per avverarsi. Lei ha tre nipoti e tre figli e si sente di non aver tempo, ma lo perde nei passi delle sue passeggiate, perché si sente inutile. Lei in verità non si sente». Eduardo non riusciva a parlare perché in quelle parole c’era troppa verità; non riusciva a capire e lo stupore lo bloccava.  «Io conosco bene le stagioni – continuò lo sconosciuto – sono una bellissima invenzione della natura, ma l’uomo è stato capace di crearne una ancora più bella e forte, anche molto tiranna. Conosco quest’isola da moltissimo tempo eppure mi paleso su di essa solo durante l’inverno. Guardi questo piazzale, guardi il mare! Sono meravigliosi. Sa quante persone sono state su quest’isola prima di lei? Tantissime ed ognuna di esse ha goduto di queste bellezze. Eppure tanti che vivono qui, ammaliati da cotanta tranquillità, non fanno altro che chiamarmi ed invocarmi perché si sentono soli ed abbandonati dalla possibilità di connessione con il mondo fuori dall’isola. Quest’isola, come tante altre su questo pianeta, fa un effetto strano. Racchiude le stagioni in modo teutonico. Lei sa come si attiva la primavera? Essa si risveglia tramite i ricordi degli anni passati e sono proprio questi ricordi isolani, isolati che ne fanno germogliare di nuovi. Tutti i fiori che lei vede non sono altro che i ricordi di tutti gli ischitani e, a volte, capita che qualche straniero ne mandi alcuni qui a sbocciare tramite il vento dell’oblio. La primavera è la prima vera vibrazione vitale che coinvolge i sensi. A me piace molto e quando un ricordo si risveglia tramite un profumo lo delego al mare, come cibo per i pesci che si approntano alla riproduzione, lo lascio galleggiare. Qui tutto fiorisce, anche il mare. Ischia non lascia spazio al passato. Il passato è come la mia schiena, il presente come le mie mani, il futuro come il mio sguardo». Eduardo si infastidì e girando gli occhi brevemente verso l’alto per preparare la sua frase di risposta, disse: «Senta io non ho tempo da perdere!», ma il signore era già scomparso. «Com’è possibile?» -esclamò Eduardo. Il cuore iniziò a battergli all’impazzata, ma brevemente. Guardò allora l’orologio e vide: 23 e 58. «Non è possibile, quel logorroico avrà parlato per almeno dieci minuti!». Ebbe paura, credeva che la primavera stesse arrivando in modo troppo rapido e che gli stesse giocando degli scherzi  troppo reali per la sua età. Si rassicurò, pensando che la primavera arriva il 21 Marzo e che le mezze stagioni non esistono più. Il piazzale aragonese riprese lentamente a parlare con il vento ed un gabbiano si posò sul lungo pontile di Ischia Ponte, sopra una bitta metallica arrugginita. Sembrava lo stesse scrutando, sembrava volesse chiedergli con chi avesse parlato. Eduardo voleva, infatti, saperlo e avendo capito che forse la primavera non c’entrava niente con quell’incontro, tirò un sospiro e si tranquillizzò. Guardò nuovamente il suo orologio erano le 6 e 39. Non si stupì affatto. Se aveva confessato lui stesso al Tempo di non avere tempo, tutto quadrava. Intanto il sole colorava di rosso il gabbiano, i suoi occhi sul becco giallo, il pontile, il cielo e quel mare pieno d’orizzonte alto, tipico ischitano. Guardò poi sulla collina di Campagnano e si accorse che le piante ed i fiori coloravano già i sentieri. Osservò la scogliera che accompagnava il ponte diretto al castello e vide una miriade di fresie che ricoprivano gli scogli: gialle, bianche tutte profumatissime. Incredibile. La primavera è fatta così, sembra sempre arrivare all’improvviso. Riprese allora a camminare dopo aver slacciato l’orologio, regalandolo ad un cassonetto: tic, tac, tuc, tic.

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