La Mortella: l'isola circondata dal giardino

mortella quadro

Dialogo con Alessandra Vinciguerra

Entrare nella Mortella è un’esperienza che rinnova la sensibilità dello spirito. A marzo i colori, mutati in una scala di cromature che passa attraverso un autunno ed un inverno di declino, espongono il ritrovato vigore che integra elementi come terra e acqua nelle forme più variegate di cui la natura dispone. I fusti degli alberi, le foglie, i fiori e i frutti rappresentano dei canali di vita protesi verso il cielo e le nascoste radici delle convinzioni che assecondano la gravità di un’armonia vittoriosa. L’incontro tra il visibile e il non visibile, tra cielo e terra, è qui celebrato per i nostri sensi.
Oggi incontriamo Alessandra Vinciguerra, direttrice del giardino, non in un’intervista, ma in un dialogo che vuole mettere in evidenza la Filosofia, quel lato “umanistico” che sostiene e mantiene quest’isola circondata da un’altra isola, quella umana.

La parola “giardino”, infatti, vuole significare un luogo circondato, protetto e concluso. Un habitat diverso, dove le attente geometrie vegetali si organizzano in una pacifica esistenza.

Raffaele Mirelli: Che cosa significa la parola “lavoro” per Lei, considerando che per alcuni filosofi, come per Aristotele, il lavoro rappresenta lo sforzo che l’essere umano produce per godere del tempo libero.

Alessandra Vinciguerra: E’ una vocazione e per questo mi ritengo fortunata. Per me il lavoro è qualcosa di connaturato alla mia esistenza. Non lo vivo come una costrizione, ma come una parte essenziale, costitutiva del mio essere. Lavorare significa “fornire cura”.

Parafrasando un filosofo, direi: “Lavoro, dunque sono!”

R.M.: Che cosa rappresenta il giardino come concetto in generale e quali sono le motivazioni che l’hanno spinta ad assumere questa eredità?

A.V.: L’eredità che mi è stata affidata è ricca di responsabilità, in primis verso chi mi ha preceduto, Lady Walton. Averla conosciuta personalmente e aver potuto condividere con lei direttamente le finalità legate a questo grande progetto, è stato un privilegio che ha cambiato me e le convinzioni legate a questo lavoro. Per me il giardino è diventato un luogo di condivisione, come lo era per lei. Esso raggiunge il suo massimo splendore quando ci sono i visitatori, rappresenta un luogo di pensiero, dove gli equilibri sono in perfetta armonia, in cui la materia e lo spirito s’incontrano.

R. M.: Esiste, dunque, una connessione tra Filosofia e quello che fa in questo giardino con i suoi collaboratori?

A.V.: Ho studiato Lettere! Può quindi immaginare che la Filosofia come le Lettere siano strettamente collegate al mio operato, anzi, come esse ne siano parte. Inoltre per me il giardino rappresenta un luogo di lettura, di tranquillità, dove la forma mentis dettata dalla mia formazione si rispecchia inevitabilmente.

R. M. Che cosa rappresenta allora la bellezza in questa totalità di visioni di cui lei è ambasciatrice? Parliamo di una mera bellezza estetica, nel senso classico?

A. V.: La bellezza è qui intesa come armonia esteriore ed interiore. Essa rappresenta un tempo d’intesa tra ciò che è visibile e ciò che è invisibile.

R. M. Ecco! Il tempo, le stagioni. Come si presenta il tempo – nel suo scorrere – in questo spazio?

A. V.: La quarta dimensione del tempo è quella dello scorrere interiore. Qui il tempo assume per me la connotazione della serenità. Tutti i giardinieri sono sereni! Anch’io sono serena, come i miei collaboratori. Se poi vogliamo guardare al tempo come proiezione, passata o futura, allora le racconto un aneddoto esemplare: quando lavoravo a Londra una signora che possedeva un giardino, voleva nascondere una sorta di costruzione che era stata posta nel mezzo dello stesso, compromettendone l’armonia. Mi fece vedere che aveva piantato delle querce attorno a quella costruzione e che, anche se erano ancora giovani e quindi non tanto grandi da poter coprire quell’imperfezione, un giorno, tra tanti anni, lo avrebbero fatto. Che cosa significa questo? Chi pianta un albero spesso non ne vedrà i frutti, non assisterà al suo sviluppo, alla crescita. Ecco, questa è una dimensione del tempo che ho imparato a conoscere tramite il mio lavoro.

R. M.: Un po’ come la relazione che corre tra genitori e figli? Non ne si vedrà in toto l’evoluzione, la crescita…

A. V.: Sì, esattamente! E’ come fare un investimento di fiducia nel futuro. Dietro ad ogni pianta c’è una storia umana, una vicenda che lega il passato, il presente ed il futuro. Anche alla Mortella ho piantato delle querce e so che non le vedrò nel loro massimo splendore.

R. M.: Ci sono conflitti tra le piante?

A. V.: No, assolutamente. Ci sono invece delle variabili incontrollabili. Per esempio: spesso piantiamo dei semi con la convinzione che in quel determinato punto crescano al meglio, ovviamente appellandoci alla nostra esperienza e alle nostre conoscenze nel settore. La natura ci mette, però, di fronte a situazioni inaspettate: in quel punto, infatti, la pianta non riesce ad attecchire. Poi è capitato di osservare – dopo qualche tempo – che la stessa pianta è cresciuta in modo spontaneo in un angolo del giardino diverso da quello da noi individuato, forse perché il seme è stato portato li dal vento. Questo ci mette di fronte a nuove situazioni e a modi di conoscenza da noi non calcolati.

Le piante vivono in pacifica armonia, si aiutano a vicenda, si associano, creando delle vere e proprie società che condividono un fine.

R. M.: Quali sono le domande che non le vengono mai poste in relazione al suo compito, alla sua vocazione? Quali prospettive e desideri riserva per quest’isola?

A. V.: Spesso ridisegno il giardino fuori da questo giardino. Ridisegno l’isola secondo i precetti di armonia e di condivisione che ho appreso dagli altri, da Lady Walton e dalle stesse piante. Mi piacerebbe ricreare la stessa armonia al di fuori della Mortella.

Non mi chiedono mai se sono felice per ciò che faccio. Vorrei cogliere l’occasione per dire che lo sono!

R. M.: Galileo Galilei diceva: “Le cose sono unite da legami invisibili. Non puoi cogliere un fiore senza turbare una stella.” Lei crede in questa cosa?

A. V.: Certo! Non so come questo accada, ma credo che sia davvero così!

Se il giardino allora è un luogo protetto, è compito nostro difenderlo, proteggerlo ed apprendere ciò che a esso ci lega. Le persone che fanno questi luoghi sono importanti quanto i luoghi stessi, perché grazie alle loro visioni, al loro lavoro, questi perdurano nel tempo. Ogni persona che conduce queste eredità progettuali, conserva in sé una visione della realtà coerente, filosofica, chiara ed illuminata.

Questi sono i veri luoghi della cultura, ossia del presente, fatti di pensieri, opere e giorni, di tempo, di costanza e di voglia di conoscersi. Attraverso di essi anche la nostra economia ne trae un enorme giovamento.

 

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