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La dolce e rara acqua di Buceto

buceto

Quattromila passi dal cuore dell'isola verde
di Isabella Marino

Il silenzio avvolgente del bosco amplifica il cinguettio degli uccelli. Si alzano in volo numerosi, appena avvertono la presenza umana e cessano per qualche attimo di essere padroni incontrastati del luogo. Che forse da loro ha preso il suo antico nome, Abocaetus, da cui deriva quello più usuale di Buceto. Comune sia al monte che s’innalza vicino all’Epomeo e affaccia sugli antichi crateri, oggi immersi nel verde, del Rotaro sia  alla sorgente che sgorga vivace dal suo fianco, ad oriente, lì dove vanno ad abbeverarsi stormi di volatili. Acqua pura e fresca, che scende dalla sommità dell’altura attraverso le rocce argillose.

Acqua dolce e rara in una terra ovunque prodiga di calde acque minerali. Acqua potabile e copiosa come nessun altro rivo dell’isola può dispensare.
L’avevano apprezzata anche i coloni greci e poi i romani, quella grande polla protetta dal fitto castagneto, abbastanza vicina ai loro villaggi al Toccaneto da poterla utilizzare. Anche per le greggi, oltre che per le quotidiane esigenze domestiche. Acqua preziosa, la cui fama nei secoli seguenti si era diffusa ben oltre il cuore verde dell’Isola Verde. Fin sulla costa nordorientale, fino al borgo che stava crescendo ai piedi del Castello Aragonese, dove ormai si soffriva la sete.
A soddisfare le esigenze del borgo era stata sempre una fonte sulla spiaggia che costeggiava la baia di Sant’Anna, ai piedi della Torre dei nobili Guevara di fronte all’isolotto del castello, l’allora Città d’Ischia. Quella sorgente citata da Boccaccio presso la quale s’incontravano  Restituta Bulgaro e Giovanni da Procida, i due innamorati protagonisti della sesta novella della quinta giornata del suo “Decamerone”. Il bradisismo caratteristico di quel versante dell’isola, che già aveva inghiottito il porto angioino, aveva fatto lentamente affondare nel mare anche l’arenile con la sorgente e ormai gli abitanti del Castello e del borgo non avevano più come rifornirsi.  La soluzione fu individuata nella lontana fonte di Buceto, l’unica vena d’acqua sufficiente ai bisogni della popolazione. E pressata dal popolo, l’Università d’Ischia cominciò a chiedere con sempre maggiore insistenza l’intervento del viceré Cardinale di Granvela, finchè quegli non inviò sull’isola come governatore un nobile cavaliere spagnolo, Don Orazio Tuttavilla, proprio per realizzare l’imponente opera pubblica. Per finanziarla, il viceré concesse che le fossero devoluti tutti gli introiti dai dazi sul vino, invece di destinarli come sempre alla Regia Corte.
I lavori iniziarono nel 1590. Il percorso dell’acquedotto era lungo e complesso e Tuttavilla riuscì a realizzarne circa la metà, forando una montagna e portando l’acqua a valle. Ma le difficoltà tecniche e finanziarie sorte in corso d’opera non consentirono di andare oltre e la morte di Tuttavilla bloccò definitivamente il progetto.
Ci vollero più di ottant’anni perché i lavori riprendessero. Stavolta, a farsi carico delle richieste degli ischitani fu il vescovo Girolamo Rocca, che in quel periodo ospitava a Ischia come precettore dei suoi nipoti il giovane Giovan Battista Vico. Il presule destinò all’impresa tutte le rendite della chiesa ischitana e le sue personali, che però non furono sufficienti, tanto che l’Università fu costretta ad imporre nuove gabelle sulla farina, sui cereali e ancora sul vino. E per la prima volta il vescovo obbligò a contribuire anche il clero. Uno sforzo gigantesco dell’intera comunità, il pane quotidiano sacrificato per l’acqua, che si tradusse nella costruzione di un imponente acquedotto da Fiaiano a Ischia, con un ampio tratto caratterizzato da due ordini di archi sovrapposti, per garantire la giusta pendenza al tubo di terracotta che doveva portare l’acqua fino al borgo costiero. Per la costruzione fu utilizzata la pietra vulcanica dell’eruzione del 1301, quando la lava aveva seguito quasi lo stesso percorso. Lo stile era quello degli acquedotti romani, ciò che induce spesso ancora oggi ad attribuire erroneamente ad un’epoca molto più antica il monumento seicentesco, comunemente noto come i “Pilastri”, che segna storicamente il confine tra il territorio di Ischia e quello di Barano, dove ha origine l’acqua di Buceto..
Finalmente, grazie all’impegno di monsignor Rocca, l’opera andò a buon fine. Nel borgo, di fianco alla chiesa dello Spirito Santo, fu installata una fontanina adornata da due grifi di marmo e al di sotto della strada fu creato un cisternone dove affluiva regolarmente l’acqua di Buceto, insieme all’acqua piovana raccolta sul tetto della chiesa. All’arrivo del liquido tanto atteso si fece festa alla presenza di tutto il popolo di Ischia e del Vescovo affacciato da un balcone. L’impresa fu celebrata di nuovo nel borgo settant’anni dopo, quando nel 1759 sulla nuova facciata del Palazzo dell’Orologio, allora sede del Comune, fu inaugurata una grande vasca di travertino con l’acqua di Buceto e fu apposta una lapide marmorea, ancora oggi in bella vista, in cui si commemorava l’impresa compiuta per far arrivare l’acqua dalla sorgente di Buceto, lontana quattromila passi dal borgo sotto il Castello.
Dissetati il borgo e la Città d’Ischia, un secolo dopo si attinse di nuovo a Buceto per dare acqua al Palazzo reale e al nuovo abitato di Villa de’ Bagni, che si stava sviluppando nei pressi del lago, dove si lavorava alacremente all’apertura del nuovo porto. Era il 1853 e re Ferdinando II finanziò un altro ramo dell’acquedotto per alimentare, con la sua residenza ischitana, anche una fontanina pubblica all’esterno del palazzo, nell’odierna piazza Antica Reggia, al di sotto della quale fu creata un’altra grande cisterna per la riserva idrica a beneficio della popolazione.
Per un secolo la fonte di Buceto diede acqua ad oltre diecimila abitanti, tra Ischia e Barano, irrinunciabile fonte di approvvigionamento, fin quando l’acquedotto sottomarino inaugurato nel 1958 non garantì all’isola il suo fabbisogno di acqua potabile.
Delle tredici fontane pubbliche a cui gli ischitani avevano attinto per tre secoli l’acqua di Buceto, ne è rimasta attiva solo una, a Fiaiano, davanti ad un magnifico panorama del Golfo che si ammira lungo la strada del Rotaro. Proseguendo il cammino, qualche centinaio di metri più avanti, quando la vegetazione lungo la strada si fa più fitta, s’incontra una scala di pietra da cui ci si addentra nel sentiero che conduce alla fonte. Un percorso naturalistico da godere in ogni stagione dell’anno, accompagnati dagli alti castagni e dai lecci sempreverdi, sotto i quali cresce una macchia lussureggiante di eriche e corbezzoli. Contrassegnato da una lucertola rossa, il Sentiero del Grande Cratere è  uno degli itinerari più affascinanti alla scoperta dell’interno incontaminato dell’isola.
Da Fiaiano, superando Marecoppo e Monte Trippodi, si giunge al Monte Buceto, nel folto bosco di castagni dove si raccoglie l’acqua più preziosa, nell’isola dal bacino termominerale più grande d’Europa. Acqua dolce, acqua rara. Acqua di vita. Per secoli, prima che potesse arrivare dal mare.

 

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