La ‘Ndrezzata di Buonopane del lunedi dell’Angelo

La NdrezzataA differenza degli altri eventi, non è ispirata alla risurrezione di Cristo ma simboleggia un momento di pace e la fine delle ostilità tra gli abitanti di due frazioni, Barano e Buonopane. Si racconta infatti che intorno al 1500 un pescatore baranese aveva regalato alla propria fidanzata una cintura di corallo, ma questa un giorno venne trovata nelle mani di un giovane di Buonopane.

La lotta che ne seguì non si limitò soltanto ai due, ma coinvolse la popolazione di entrambi i paesi. Dopo scontri sanguinosi, la pace avvenne ai piedi della statua della Madonna della Porta, nella chiesa di San Giovanni Battista, il lunedì in Albis. Da allora questo ballo popolare si ripete il giorno della Pasquetta e il 24 giugno in onore del Santo Protettore, San Giovanni Battista.

Il folklore ad Ischia si fa con le sue danze

"A mascarata", "Ndrizzata" e "A vattute e ll'astreche" erano le danze popolari legate ad alcuni momenti della comunità ischitana, oggi divenute danze folkloristiche grazie alla nascita di gruppi specializzati.

Secondo alcune fonti "A mascarata" ha origini greche, secondo altre spagnole in quanto si ballava in alcune sue località il giorno di Pasquetta o in occasione della festa di San Giovanni, tra l'altro Santo patrono di Buonopane.

Ci sono diverse ipotesi che riguardano la genesi del ballo. Quella che unisce mito e leggenda sostiene che la danza affonda le proprie radici nel 1500 in una faida tra gli abitanti di Buonopane e Barano. Il manoscritto, rinvenuto nella sacrestia della Chiesa di San Giovanni Battista a Buonopane, documenta la venuta del Vescovo per placare la lite tra due abitanti dei rispettivi paesi nata per la contesa di una ragazza. E' dal lontano 1540, che il lunedì in Albis, a Buonopane, si ripete questa tradizione.

Altre fonti, sicuramente più attendibili, definiscono il ballo " 'Ndrizzata" e risalgono al primo dopoguerra. In questo periodo un numero considerevole di buonopanesi, spinti dalla povertà, emigrarono negli Stati Uniti. A New York, un gruppo di oltre centosessanta  persone iniziò a ballare la danza che fu subito repressa dalle autorità statunitensi perché interpretata come addestramento di un gruppo sovversivo filo-comunista. Questo causò l'immediata espulsione dei ballerini, che una volta rimpatriati ripresero la tradizione definendo la danza "Mascarata" per la mancanza di un costume ufficiale, in quanto non si disponeva di mezzi economici per realizzarlo. Solo negli anni '30 comparve il primo, costituito principalmente da tessuti modesti come canapone, seta grezza e lana, che attingevano agli abiti dei pescatori del '600.

Nel 1941, il gruppo di allora si recò alla Reggia di Caserta. L'esibizione fu riportata nel libro di Maria Bianca Galante, pubblicato nel 1943 dall'Università di Roma in cui furono descritti, nei minimi particolari, la danza, il costume e la disposizione dei ballerini.

Durante gli anni '50 la danza diventò un connubio tra diversi balli in pratica sull'isola, assumendo il nome di " 'Ndrezzata", che ancora oggi è eseguita dal "Gruppo Folk 'Ndrezzata". Figlia della "Trallera" per la presenza della serenata del paesino collinare di Fontana, della "'Ndrizzata" di Campagnano per la predica, della "Intrecciata" di Forio per i costumi da pescatore e della "Mascarata" di Buonopane per il ballo. Anche il costume cambiò radicalmente con l'utilizzo del velluto e del tricolore italiano. Le donne furono rigorosamente escluse . Solo dal 1983, grazie alla nascita della "Piccola 'Ndrezzata" è stato  possibile ballare la danza nuovamente tra coppie miste. Con la nascita della "Scuola del Folklore", nel 1997, è stata ripresa quella cultura popolare infangata in passato, realizzando la danza con gli  stessi costumi e la stessa struttura che la caratterizzavano nella prima metà del '900.

'A Vattute e ll'Astreche, invece, deriva dall'usanza di costruire fino agli anni '50 i tetti delle case a botte o a forma di piccole cupole emisferiche, dette a carusiello, attingendo dalla cultura architettonica greco-araba. Le case che oggi si costruiscono in cemento armato e spesso lasciano spazio a storie di abusivismo e devastazione, prima venivano realizzate secondo canoni ben precisi. La sagoma veniva preparata con un'intelaiatura di pali di castagno su cui venivano appoggiati i "penicilli" (fasci di viti secche), che si ricoprivano con un manto di creta (argilla o altro materiale lavico) e pietra pomice (pietre vulcaniche leggere, ma forti e compatte). Terminata questa fase, il proprietario issava di buon'ora una bandiera: era il segnale con cui si chiamavano a raccolta parenti, amici, vicini, compagni. Tutto il paese era coinvolto e felice di dare il proprio contributo alla realizzazione finale della nuova abitazione. Coloro che partecipavano, portavano un puntone, un palo di pioppo con una parte più larga, che serviva per comprimere il lapillo bagnato da calce bianca viva, fino a renderlo impermeabile. Tale fatica durava per tre giorni, giorno e notte ininterrottamente , ore che i puntunari scandivano cantando, raccontando aneddoti o intonando filastrocche. Chi sapeva suonare uno strumento accorreva.

Si iniziava con un canto propiziatorio Jesc sole, si passava a quello Saluta allu padrone, per giungere al pettegolezzo principe del paese Nu sacce che succise a Murupane. Poiché molti erano omonimi, il capo mastro dava il ritmo chiamandoli per soprannome. Se il bere e il mangiare tardavano ad arrivare si era soliti ricordare la sciaguratezza con il canto Tutti li miezziurn so'sunat. Poi qualche filastrocca per un nuovo brindisi. A seguire l'inno dei puntunari Sartulella per finire la Tarantella lu Ceras. Una volta completato il tetto si usava buttare del grano di tanto in tanto per evitare la comparsa di piccole fessure.

Nel frattempo, le donne, accorse numerose, si dilettavano in cucina preparando pietanze prelibate. Finita la grande abbuffata si iniziava a ballare tammurriate e tarantelle, cantando per un'intera giornata. Il popolo era felice perché un altro concittadino era riuscito a costruirsi un tetto e quindi il nido dove far prosperare la propria famiglia.

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