Il ritorno al vino del Castello

castello vinoSvetta nell’antico borgo di Celsa, il Castello Aragonese. Antica roccaforte risalente ai tempi di Gerone, nel 476 a.C. Quella che da lontano sembra essere una suggestiva cartolina a due dimensioni nasconde un piccolo mondo, intriso di arte e pullulante di vita. Gli stretti cunicoli, le scale che si arrampicano su per le torri, le antiche mura, ancora oggi sono in grado di evocare il fascino e la magia di questa antica dimora nobiliare.

Sono trascorsi secoli da quando il Castello era una roccaforte inespugnabile. Eppure ancora oggi conserva tutto il suo fascino, custode di tesori dal valore inestimabile. Come il giardino pensile, che volge il suo sguardo a sud est alla bella Capri, a sud ovest alla incantevole Baia di Carta Romana mentre alle sue spalle si erigono l’antico Palazzo Reale e le spesse mura del convento che difendono la vegetazione dagli impetuosi venti di nord-ovest. Il percorso, ricamato da ortive e piccole arboree, si spiega di fronte ad uno spettacolo fatto di foglie, tralci e cirri ribelli. Un incanto di verde, il riverbero di una vigna: La Vigna del Castello.
È una piccola oasi, le piante sono radicate su un letto di matrice vulcanica ricco di pomici e lapilli, una vigna baciata dal sole e da tutte le fortune a cui la tecnica viticola auspica. Raffaele Mazzella, il mezzadro, si prende cura della vigna, da 10 anni una vigna così fortunata da richiedere solo cure nel pieno rispetto della natura. Infatti, la roccaforte, anche se ha perso la sua funzione difensiva, continua a proteggere le sue ricchezze, rendendo il giardino un luogo così poco antropomorfizzato dove anche gli agenti patogeni stentano a giungere.
Ma facciamo un passo indietro. Circa trent’anni fa, spinti dalla volontà di recuperare l’identità viticola dell’isola, Gabriele Mattera e sua moglie Karin con l’aiuto di Andrea d’Ambra e Luigi Amalfitano detto ‘Guarracino’ decidono d’impiantare una vigna. La scelta ricade sulla Biancolella. Il progetto inizia con l’innesto di marze prese da ‘La Vigna dei Frassitelli’, un disegno che si prefigge l’obiettivo di recuperare l’antica e viscerale tradizione di fare vino sul Castello. Un desiderio da anni fermo in un cassetto e mai completamente chiuso.
A distanza di 30 anni dall’impianto della vigna, Nicola e Cristina, figli di Gabriele, grazie sempre alla disponibilità di Andrea decidono di rispolverare il loro vecchio progetto.
Dall’impianto della vigna fino ad oggi, è sempre stato prodotto il vino, ma in maniera artigianale, ottenuto da un piccolo torchio stipato nei pressi della vigneto. Nicola e la sua famiglia, in tutti questi anni hanno gustato il prodotto della Vigna del Castello covando sempre il desiderio che il vino potesse avere, un giorno, un’evidenza pubblica.
Così, quest’anno, la vinificazione si sposta a Casa D’ambra, tempio del vino ischitano, fregiandosi della Doc. Il Vino del Castello -Ischia Biancolella Doc 2016- forgiato dai contorni di una renana slanciata, insignito da un’etichetta e da tutti i crismi che la filiera enologica impone sarà, finalmente, fruibile al pubblico. Le 600 bottiglie, come una reliquia, saranno presenti solo nel ristorante del Castello, che mantenendo fede alla logica dell’autoproduzione, con il proprio vino in carta, chiude finalmente il cerchio del chilometro zero.
Il vino del Castello non ha solo il sapore di un passato recente, ma anche quello di una storia millenaria, traccia indelebile dei popoli che si sono susseguiti e che hanno identificato l’isola come crocevia della viticoltura.
Sull’isola in generale, ma nel Castello, in particolare, si è sempre stati dediti all’arte enoica, le tracce sono inconfutabili, testimoniate dal ritrovamento di antichi palmenti, risalenti all’epoca romana e probabilmente utilizzati secoli dopo da un’immemorabile tradizione contadina. Andrea D’Ambra, impegnato da sempre nella valorizzazione delle varietà locali e al recupero dell’identità storica racconta le dinamiche enoiche di un tempo. Il risultato della prima spremitura, il mosto fiore -quello più pregiato- era destinato alla vendita, mentre il risultato della sovrapressatura delle vinacce, oggi definito ‘torchiato’ era destinato all’autoconsumo dei mezzadri. Il prodotto della seconda spremitura, meno nobile era chiamato ‘saccapane’. I connotati del vino, così come le preferenze alimentari e gli stili di vita erano un po’ diversi se paragonati ad oggi. Infatti, il vino difficilmente superava i 7% e gli si aggiungeva acqua di mare che aveva la funzione di diluire il vino e quello di aumentare il range di conservazione.
Per fortuna i tempi sono cambiati e le tecniche enologiche affinate. La vinificazione del Vino del Castello è affidata a Monsieur D’Ambra, stimato enologo dell’isola. La sua fede deontologica lo porta sempre a prediligere una vinificazione semplice, fatta di piccoli accorgimenti, quelli che il sapere enologico mette a disposizione: Il controllo della temperatura, decantazione statica e affinamento sulle fecce fini. Secondo il principio che la materia prima deve solo essere guidata, durante il processo di vinificazione, e non manipolata, nasce il Vino del Castello.


Un prodotto che rappresenta il bivio tra presente e passato, il sigillo dell’identità di un territorio piccolo che ha avuto un peso nella storia e nella viticoltura. I suoi profumi e il suo colore esprimono tutto il vigore di una terra baciata da Dio. Un vino che va assaporato e ‘ascoltato’ perché sussurrante di sensazioni che raccontano la magia del territorio. Un vino che detiene tutti i colori e sapori d’Ischia.

Di Roberta Raja 

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