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Enzo Rando
Atomi e Granelli
Oggi accade che l'artista e spesso fotografo e che 1'immagine fotografica tiene
con forza una mostra d'arte, o che essa e inclusa nel quadro stesso, secondo le
scelte dei vari operatori. C'e dunque una sua attualità nuova e una rilevanza
teoretica oltre che artistica, in quanto presenta utilizzazioni inattese: sia
nell'invenzione sia come conseguenza delle neotecnologie del digitale, che ridefiniscono
lo statuto dell'immagine. Riassumiamo qui innanzitutto i valori che si sono sovrapposti
al senso dell'immagine fotografica come mediazione tecnica tra linguaggio e mondo:
si va dal gusto mitico e simbolico a quello dell'ingrandimento suggestivo, a quello
dell'ibridismo, dove si incrocia o confronta il soggetto umano con 1'animale o
con la macchina, a quello del travestimento e della mistificazione, che manipola,
deforma, sovrappone, ritaglia. Mentre si danno qui questi problemi nuovi, e però
indubbio che 1'autenticità dell'immagine fotografica - come vediamo in Enzo Rando
- continua a darsi su due livelli: quello della riconfigurazione costruita del
mondo esterno, e quello - esposto qui - dell'astrazione, dell'inventività dei
materiali e di luci e ombre in modo da creare un oggetto o paesaggio in termini
di esemplarità o di irregolarità. La sabbia e per Rando il mondo stesso, come
mobilità estrema di apparenze; ed e anche la linea pura di Kandinskij; e a me
sembra che ci fa rassomigliare atomi e granelli. E del resto Rando pratica i due
livelli e c'è tra essi, nella differenza, uno stesso timbro e oserei dire la stessa
mira: i suoi "paesaggi" sono luoghi-immagini della mente e del silenzio, "realtà"
sospese nelle trasparenze della luce. La serie delle "sabbie" e a suo modo anch'essa
una riflessione sul paesaggio, un paesaggio svuotato dalle cose, dal troppo di
senso, di presenza e di rumore. Presenta luoghi dell'assenza e dell'origine, in
attesa dell'apparire. Ed e appunto al fatto che la fotografia, marchio o traccia
di forze fisico- chimiche, ha il proprio statuto nell'essere una "grafia della
luce", che oggi si rivolgono il dibattito e la ricerca nuova. Se, infatti, la
fotografia è "scrittura di luce" e cioè e impronta, evento dell'universo che 1'uomo
può raccogliere o in cui interveniamo solo in un secondo tempo, essa appare caratterizzata
da un singolare mutismo semiologico. Attesta ontologicamente 1'esistenza di ciò
che mostra, ma non per questo significa o interpreta ciò che mostra. E non e forse
questo 1'atto di Rando? Con la sabbia ce la fa vedere, ce la offre o presenta
in tutta evidenza e spessore, nella sua individualità e estraneità. Proprio perché
fa vedere segni che sono semanticamente vuoti o bianchi, restituisce alle cose
la loro estraneità e il loro silenzio. Questo a me pare sia il punto nodale nel
lavoro di Enzo Rando, con un suo esito capovolto perché nelle sue immagini in
primo piano c'e l'apparire che e il modo d'essere delle cose e del mondo. La fotografia
mostra, fa vedere, da consistenza all'apparire, sottraendolo al tempo, fissandolo
nell'istante. Rando ci fa vedere che 1'immagine fotografica è il risultato di
un atto in cui lo sguardo e il mondo si sono incontrati, in una relazione di faccia
a faccia. Cosicché essa è traccia della risposta del reale allo sguardo nella
sua specifica intenzionalità. E' 1'invisibile atto di enunciazione, che fa esistere.
La fotografia non è dunque solo segno selvaggio, intermittente, erratico, o, come
si e detto, un'"immagine precaria" (J.-M. Schaeffer) che alla traccia aggiunge
un aspetto iconico, di veduto, di rappresentazione vuota. La fotografia è per
eccellenza arte della visione. E del primato del vedere sul dire, illusione e
incanto sensuale dell'apparire. Un'immagine e da vedere più che da leggere; e
perciò ci seduce e ci cattura nei suoi "effetti di realtà". E tuttavia il mondo
si da nella distanza: se osserviamo le "sabbie"di Rando, ci accorgiamo che non
ci sono le cose, ma le loro ombre, o meglio ci sono solo ombre che qui prendono
corpo e assumono una consistenza oggettuale. Delineano lunghe linee orizzontali
e/o verticali, si incrociano, si dispongono in sequenze ritmiche sulla sabbia,
in silenti dialoghi. Tracce della muta e opaca presenza delle cose, ne costituiscono
il negativo e aprono per ciò stesso al nulla e al mondo. Si svincolano dalle cose
e acquisiscono una loro autonomia che segmenta la superficie muta e uniforme della
sabbia e dialoga con la sua presenza corposa ed epidermica e con i suoi buchi.
Sentiamo così l'intervento artistico "materico" di Rando. Egli mantiene il momento
del negativo; e non resta altro che la traccia lasciata dalla scomparsa di tutto
il resto. Così sottrae il reale dalla dissolvenza e ce ne restituisce il fascino
come proprio di una vita anteriore. C'e nel lavoro di Rando l'esigenza di cui
dice Baudrillard di permettere all'immagine di esistere prima che l'oggetto o
il mondo scompaiano nell'immagine. Allora il silenzio della fotografia diviene
un silenzio dell'oggetto che restituisce l'oggetto all'immobilità, che lo trasforma
in altro, in qualcosa di enigmatico. E dunque non si tratta di prendere qualcosa
per oggetto ma di farlo diventare oggetto e restituire al mondo il potere dell'illusione,
farlo tornare ad essere cosa tra le cose. Noi, davanti alle idee-immagini di Rando,
ci rendiamo conto che la sabbia propria del litorale vicino al mare (da cui viene
la vita) presenta essenzialmente la terra, il luogo dell'abitare e dell'edificare
(sia presso i fanciulli al mare, sia nelle torri dei materiali edilizi già storici).
Nell'uso proprio e caratteristico di Rando, avviene che egli e dunque, tutt'insieme,
fanciullo-costruttore-fotografo della terra. Infatti opera su un terreno mobile
per costruire l'oggetto, su cui si esercita con 1'immagine sua; e, certo, modifica
1'oggetto se l'immagine non lo convince. Come un pittore astratto, finge di lasciarsi
identificare dal suolo terrestre- marino, ma insinua l'idea di avere "divinamente"
inventato tutto lui: il terreno mobile, l'uso di esso in proprie forme, la memoria
di ciò presso altri abitanti della terra "reale". Si osservi anche che la sabbia
e fortemente instabile, in se; e dunque mentre ci mostra che cosa egli (l'autore)
ne fa, ci avverte che ciò e immaginario e - scettica- mente - effimero, in quanto
e trasformabile. Tutto viene insomma - come si usa dire - "scritto sulla sabbia".
Ed ecco allora, al di sotto delle ombre, apparire e prendere corpo e consistenza,
granello per granello, 1'infinito mare della sabbia.
Eleonora Fiorani