Di acqua e di argilla, le terrecotte firmate dell'isola dei vasai

argilla

di Isabella Marino*


Il suo vero nome non lo sapremo mai. Ma quattro lettere in alfabeto calcidese, scritto da destra verso sinistra,  sono state sufficienti a risparmiargli l’anonimato  comune alla maggioranza dei suoi colleghi. C’è l’ha fatta, Inos, a sconfiggere l’oblio. E il tempo. E’ bastato un frammento del cratere su cui ventotto secoli fa dipinse una frase inequivocabile: “…Inos m’epòiese – Inos mi fece”. Quella firma, apposta alla fine dell’VIII  secolo a.C., è la più antica di un artigiano giunta fino a noi. Per raccontarci la storia di un oggetto di uso  quotidiano ritrovato sulla collina di Mazzola, nell’odierna Lacco Ameno, zona residenziale e di officine metallurgiche dell’antica  Pithecusa. A poche decine di metri, in linea d’aria, dal più costiero “keramèikos”, il quartiere dei vasai scoperto dalla metà del secolo scorso nell’area archeologica sotto la basilica di Santa Restituta, dove anche Inos modellava e decorava la creta locale.

A Pithecusa,  i primi coloni giunti da Eubea avevano trovato condizioni ideali per insediarsi. Tra le quali una grande disponibilità di argilla , di acqua dolce e di legna da ardere, l’ideale per loro, che nella grande isola d’origine avevano una lunga tradizione di produzione della ceramica. Ripresa anche nella nuova terra, dove si erano portati uno strumento d’avanguardia per le lavorazioni del tempo, il tornio, di cui avrebbero trasmesso la tecnologia agli Etruschi e alle altre popolazioni italiche.
Dai primi anni della colonia e ininterrottamente fino all’età ellenistica, il keramèikos nel centro di Pithecusa rimase attivo, tanto  che Plinio  il Vecchio fa risalire proprio ai “pithoi”, i vasi, il nome greco dell’isola. I  forni per la cottura funzionavano a pieno ritmo. L’assortimento era ampio: oggetti di uso domestico, religioso e commerciale, materiali da costruzione, giochi per bambini e qualche pezzo unico di particolare valore. Le  forme e le decorazioni recepivano, reinterpretandole in modo originale, quelle di volta in volta di tendenza sia in Grecia che nei principali centri produttivi del Mediterraneo. Dove venivano poi largamente esportate  anche  le ceramiche pithecusane, protagoniste degli  intensi rapporti commerciali intrattenuti dai naviganti locali con le popolazioni rivierasche tra oriente e occidente, non trascurando la Grecia.
Quei forni di diversa epoca, giunti intatti ai nostri giorni, con un vasto corredo di reperti e di scarti di lavorazione, hanno consentito di ricostruire le tecniche produttive arcaiche e di studiare la materia prima locale. E di riconoscere i bolli, i marchi di fabbrica dell’antichità, attraverso i quali è possibile ricomporre il quadro della diffusione dei prodotti “made in Pithecusa” nel Mediterraneo. Soprattutto grandi anfore, che non partivano sempre vuote. Grazie al bollo ZO-ZOEROS è stata attribuita ad una fabbrica pithecusana del III secolo a.C.  un’anfora piena di vino rosso isolano, imbarcata su una nave in rotta per il nord-Africa e affondata al largo di Filicudi.
La decadenza di Pithecusa non segnò la fine della produzione figulina, che caratterizzò ininterrottamente l’isola anche nelle epoche  successive.  Unico territorio nel golfo di Napoli con la disponibilità di grandi depositi di argilla, gli abitanti continuarono a sfruttare le ricche cave nella fascia collinare intorno all’Epomeo.  Come quelle del Cretaio, da cui si rifornivano le numerose  fabbriche insediate lungo la costa tra Casamicciola e Lacco, ancora prima che quei “casali” si chiamassero così. Un tratto di litorale che il mare ha progressivamente inghiottito, insieme alle botteghe dei vasai medievali e delle epoche più recenti, eredi fedeli delle lavorazioni elaborate dagli antenati pithecusani.
Per secoli, anche dal mare, furono visibili le colonne di fumo che s’innalzavano giorno e notte a settentrione, per cuocere gli oggetti di uso domestico, insieme  ai mattoni, alle tegole e agli altri prodotti per l’edilizia. Che  gli artefici isolani continuavano a firmare. Era il 1584 quando 154.000 mattoni dalla fabbrica di Giovanni Giacomo Loyse furono imbarcati da Casamicciola alla volta della capitale, per la costruzione del nuovo arsenale partenopeo. A distinguerli era la qualità della lavorazione e dell’argilla vulcanica dell’isola,  che una volta cotta assumeva una inconfondibile tonalità di rosso. Perciò  anche l’argilla veniva  esportata in terraferma con apposite  barche.
Famosa per le sue “crete cotte” ancora prima di diventarlo  in Europa per le sue acque termali, con lo sviluppo turistico del secolo scorso Casamicciola non rinunciò alla sua tradizione figulina. Al posto delle lavorazioni in serie per l’edilizia, le nuove fabbriche aperte al sicuro dal mare si dedicarono a produrre oggetti finemente decorati per i forestieri. Nuove forme, nuovi disegni, nuovi colori. Nuovi forni. Ma le tecniche della lavorazione a mano  restano  quelle dei pithecusani. Acqua e argilla. Tornio e creatività. Da ventinove secoli, da Pithecusa a Ischia, continua a vivere l’isola dei vasai.

Museo Archeologico di Pithecusae, Villa Arbusto, Lacco Ameno – Dal martedì alla domenica 9.00-19.00. Lunedì chiuso

 

La follia

La passione per i giochi di parole l’ha sfidato a mettere le mani nella creta, come già tutta la sua famFischi d Ischia 3681iglia da 5 secoli. “AIschia si mangia, si beve e si fischia” era solo un proverbio fino a quando Luigi Mennella non gli ha dato forma con i suoi fischi a cornetto, bipedi e quadrupedi dalle espressioni originali, curiose, civettuole. Fischi di argilla colorata e ironia senza risparmio, con suono apotropaico incorporato. Dal centro di Casamicciola per fischiare il nome di Ischia in giro per il mondo con allegria.
Fischi d’Ischia, corso Luigi Manzi 11 (Piazza Marina), Casamicciola Terme

 

La passione

Ceramiche Rosario Scotto 2 copy
Oltre la finestra del laboratorio, a Campagnano, il modello preferito si mostra nella sua strepitosa bellezza. All’interno, la sagoma inconfondibile del Castello Aragonese spicca su vari oggetti, finiti o in attesa dell’ultima decisiva cottura. Eppure, non ce né uno uguale all’altro. Rosario Scotto di Minico ci tiene a che tutti i suoi lavori siano dei pezzi unici. Dipingere è la sua passione da ragazzino, adattata alle creazioni in creta. Come l’uso della tavolozza, per esplorare le combinazioni di colori che connotano il suo stile.
Rosario Scotto Di Minico, Via Campagnano 102, Ischia

 

La ricerca

cianciarelli
Pittore e scultore, Filippo Cianciarelli ha trasfuso nella ceramica le sue molteplici esperienze, integrandola nel suo percorso di sperimentazione artistica. Che ora condivide con i figli Domenico e Raffaele nella bottega del Vatoliere, tra la natura lussureggiante dell’isola di terra, sempre prodiga di suggestioni e spunti per donare nuova vita all’umile argilla. E Ischia si rivela soprattutto nella scelta dei colori, vividi e mai violenti, testimoni di una identità forte che innerva la continua ricerca di innovazione.
Ceramiche Cianciarelli, via Luigi Mazzella, Ischia Ponte

 

La tradizione

keramos
L’anno scorso, la terra che ispira da sempre la loro creatività, è diventata improvvisamente nemica. E le peculiarità che l’hanno resa luogo ideale per la produzione della ceramica fin dall’antichità, hanno rischiato di cancellare un’esperienza preziosa di vita e di lavoro. Ma lasciata la loro Casamicciola, Gaetano De Nigris e Nello Di Leva, appassionati eredi della cultura figulina isolana, hanno ricostruito a Forio l’ampia bottega dove modellano, dipingono ed espongono i loro lavori, sintesi felice tra innovazione e tradizione
Kèramos, via Giovanni Patalano 64, Forio

 

 

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