De Formae: trasfigurazioni e mutazioni inconsce

Transfiguration Raphael copyIn dialogo con Luca D’ambra dei Giardini Ravino

Il secondo giardino in cui entro per raccontare l’umano, quello nascosto tra le trame imprenditoriali di un’isola che vive di natura e di bellezza. Di questa bellezza, però, non ne si parla quotidianamente, essa si può solo esperire tramite il racconto. Come diceva un mio amico filosofo: “E’ a’ guerra!“. Ossia è bello, e il bello, la bellezza proviene da bellum (Latino per guerra).
La bellezza di cui se ne può fare racconto e che parla di forme che mutano, è veramente tale: fa guerra e vuole conquiste in difesa del proprio, ma che cos’è veramente proprio?
Inizia qui il racconto di Luca D’Ambra, il quale rappresenta la sua famiglia, la sua storia, quella delle persone che hanno impostato un progetto di vita, apparentemente legato solo ad una passione personale, e che poi ha assunto caratteristiche imprenditoriali, sociali.

Raffaele Mirelli: Perché il nome Ravino?
Luca D’Ambra: Si riferisce al cognome o meglio al ceppo della mia famiglia – da parte del nonno – etimologicamente si riferisce alla “ravina”, un arnese simile a un piccone che taglia a scaglie la pietra.
R.M.: Come comincia la storia del giardino?
L. D.: Comincia da mio padre, collezionista di piante e “viaggiator dei mari” per professione. Era lui a portare qui le piante, provenienti da tutto il mondo, dal Sudamerica in particolare.
R.M.: Come si evolve questa storia?
L.D.: Mio padre ha continuato a raccogliere piante anche dopo il suo periodo marittimo, procurandosele durante i viaggi di piacere, oppure attraverso scambi con altri collezionisti.
R.M.: Perché le piante succulente, dette grasse?
L.D.: Sono la passione originaria di mio padre e, ancor prima, di mio nonno. Queste piante, sul versante occidentale di Ischia - più che altrove - trovano un’accoglienza e un potenziale di sviluppo incredibile: alcune superano qui da noi le dimensioni convenzionalmente registrate.
R.M.: Diceva che non avrebbe mai pensato a questo sviluppo, cioè alla creazione di un giardino come impresa. Mi vuole spiegare perché?
L.D.: Allora, la mia infanzia è stata un po’ come quella di Proust, con il coté di Swann e quello di Méseglise: da un lato c’era questo spazio, un terreno con una differente destinazione che si estendeva dalla nostra proprietà fino alla strada principale; dall’altro c’era il giardino del nostro residence, Villa Ravino, dov’era sistemata la collezione di papà. Ricordo, quando avevo 10 anni, negli anni 80, la mia maestra delle elementari venne con la mia classe a visitare la collezione, quindi a casa mia: non mi sono mai più sentito così fiero! Poi, nel 2000 – io lavoravo all’estero – mio fratello mi telefonò per prospettarmi la possibilità di acquistare questo terreno e sistemarci le migliaia di esemplari ormai messi insieme da nostro padre: si trattava di una scelta da condividere, in termine di competenze, responsabilità e lavoro. Ne è seguita una lunga contrattazione e poi l’acquisto. Cominciamo a mettere le piante in questa nuova dimora: immagina che impresa può essere stata estirpare circa cinquemila “serbatoi d’acqua spinosi”, quali sono i cactus, e trasportarli a mano per centinaia di metri. Un’operazione durata più di 5 anni. L’inaugurazione avvenne solo nel settembre 2006. Un progetto, o meglio un’avventura imprenditoriale inaspettata, che ci regala sempre esperienze naturalistiche di grande intensità estetica e sorprendenti occasioni d’impegno etico nel sociale.
R.M.: Perché non proseguiamo il nostro dialogo camminando attraverso il giardino? La filosofia prima si praticava camminando, come faceva Socrate e tanti altri filosofi dell’antica Grecia. Si dice che camminando i pensieri trovino una disposizione logica chiara, come se i pensieri stessi camminassero…
L.D.: Volentieri. Effettivamente, quando cammino per il giardino, ritrovo un’energia naturale indescrivibile: bisogna viverla. E’ come ascoltare parole mute e provare sensazioni impercettibili. Ecco, guardi qui! Questa Opuntia ha dei fori nei fusti, che comunemente chiamiamo pale: li pratichiamo noi, e sa perché? Perché, col vento, le pale si staccano all’intersezione l’una dell’altra, cadono a terra e radicano, dando vita a nuovi individui. Bucandole, non offrono resistenza al vento, e la pianta si mantiene un unico soggetto, in grado di accedere a grandi, e anche grandissime altezze. Quello che potrebbe sembrare un gesto barbarico, è un intervento umano che mantiene invece un equilibrio: le Opuntiae non invadono il giardino.
R.M.: Impressionante…
L.D. : Sì! Osservi anche questa pianta, un Cereus Peruvianus. Guardi bene! Non le sembra strano?
R.M.: Beh, effettivamente mi sembra abbia una conformazione atipica, specie questo fusto superiore - rispetto a quello inferiore. Non mi sembra essere la stessa pianta!
L.D.: Questo esemplare, infatti, ha subito una modifica rispetto al suo corso naturale. In gergo botanico, le piante che attraversano questo mutamento le definiamo “monstruose”, Che cosa accade a queste piante? A seguito di un trauma meccanico o a uno stress climatico, le cellule vegetali procedono con una crescita disorganizzata, dando luogo a forme fortemente asimmetriche, che rendono gli esemplari unici, vere e proprie sculture organiche.
R.M.: Davvero bello questo fenomeno! Utile a sviluppare una serie di metafore che incontrano l’uomo nel suo modo di vivere insieme.
L.D.: Certo! Da questo, ho capito che la differenza rispetto a un canone dato non è deformità. Il limite è nostro se non sappiamo riconoscere, e valorizzare, l’unicità di ogni individuo. Le difformità create dalla natura, anche negli esseri umani, non sono poi così tremende. Tremenda è l’abitudine nel percepire la realtà come qualcosa di statico e standardizzato. Dopo l’esperienza della creazione e della gestione dei Giardini Ravino, cambiamenti, trasfigurazioni, deformità non mi spaventano più. Anche noi in famiglia abbiamo cambiato, trasfigurato, deformato noi stessi, dal punto di vista personale e professionale, per abbracciare questo progetto incredibile, per cui siamo grati alla natura, ai nostri genitori, ai nostri cari, ai nostri collaboratori.

Si continua a parlare, mentre Luca mi accompagna ancora per il giardino, raccontandomi una storia di famiglia, di passione e di stupore. I cambiamenti, le asimmetrie di una pianta che raccolgono quelle di una famiglia, di tre generazioni che, inconsciamente, stanno costruendo questa trasfigurazione simmetrica - come Raffaello nel suo dipinto, come Nietzsche nella sua Tragedia. La bellezza è guerra! Ammutolisce, perché svela il cambiamento, quello al quale mostriamo il nostro lato meno sensibile - seppur sensibili ci diciamo al bello. I Giardini Ravino lo definirei un “giardino etico”, ricco di sostanza e di voglia di scoprirsi. Luca dice che nel giardino ritrova l’essere umano, la sua naturalezza, la sua natura attraverso l’ascolto, l’osservazione, il coinvolgimento dei sensi. Personalmente ho trovato la bellezza della guerra fatta dalle piante al loro interno, una guerra che ha prodotto ascolto e cura in chi la custodisce, che parla di cambiamento. Ha prodotto bellezza in chi ne ha accolto uno sviluppo non convenzionale, deforme, curandolo. Mi chiedo se possiamo farlo anche noi, accoglierci, senza timore delle diversità, del resto il giardino è come un porto: mi chiedo, uscendo da questo porto, se vale la pena non accettare il cambiamento per la paura di perdere il proprio, il possesso di una realtà nella quale siamo coinvolti solo per un tempo limitato. Eppure sembra che chi ha aperto un giardino al pubblico sia contento e felice.

 

Di Raffaele Mirelli

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